Quando una frattura alla caviglia avvenuta in casa viene giustamente riconosciuta come infortunio sul lavoro, non è soltanto una notizia di cronaca.
È un segnale di come stiamo ridefinendo il perimetro della tutela.
Lo spunto nasce da una notizia recente: un infortunio avvenuto durante lo smart working è stato riconosciuto come indennizzabile.
La decisione è di certo giuridicamente corretta, ma la questione che mi interroga è culturale.
Quando l’estensione delle tutele diventa molto ampia per alcune categorie di lavoratori, mentre altre forme di lavoro o di impegno sociale restano in una zona grigia o scoperta, si crea una frattura nella percezione di equità.
Penso, ad esempio:
– a chi svolge attività di cura familiare quotidiana, non retribuita, con carichi fisici e psicologici significativi;
– ai lavoratori autonomi con tutele assicurative molto più fragili;
– a chi lavora ai margini del perimetro formale, come molti rider, esposti a rischi evidenti senza garanzie comparabili.
Non si tratta di togliere diritti a qualcuno.
Si tratta di evitare che l’espansione selettiva delle tutele produca un effetto controintuitivo, generando la sensazione che il sistema protegga in modo asimmetrico.
Il punto non è restringere diritti, ma interrogarsi sull’equilibrio complessivo.
Siamo sicuri che la mappa delle nostre tutele rispecchi davvero la mappa delle vulnerabilità?
O rischiamo di proteggere meglio chi è già dentro il perimetro formale, lasciando ai margini chi contribuisce ogni giorno alla vita collettiva in forme meno visibili?
