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giovedì 7 ottobre 2010

Ordinary Servants (L'Orgoglio Del Servitore)

Essere servitori è un'idea che ci dà parecchio fastidio.

Cresciuti ed alimentati con il mito della libertà assoluta, degradante ci sembra il servire, insopportabile qualunque vincolo.

Eppure nella lingua inglese l'espressione public servant indica non solo i dipendenti pubblici di ogni livello, ma anche chi ricopre cariche elettive e di governo.

Le parole vogliono indicare che il lavoro per lo Stato è un servizio verso i cittadini, qualcosa di cui essere fieri.

Anche da noi una volta, in risposta al ringraziamento per un lavoro ben fatto , si diceva "dovere".

Certo, se servire significa fare il proprio dovere, dobbiamo per forza creare dei legami di dipendenza, proprio quei vincoli verso cui siamo così insofferenti.

Però dobbiamo rammentarci che non si serve solo un capo o un datore di lavoro.

Ci richiedono di essere in qualche modo servi anche l'amore, la famiglia, il bene comune, la salute, i valori in cui crediamo.

Nel Vangelo di Luca si racconta di coloro che al termine del proprio lavoro dicono "siamo comuni servitori (ordinary servants); abbiamo fatto il nostro dovere".

Escludo che Gesù volesse invitarci all'automortificazione, e allora mi sembra più un invito a riconoscere che il nostro esistere è fatto anche di legami e vincoli.

Che il nostro esistere non sta in una vita servile e neppure nella disperata ricerca di un gesto eroico, ma nell'esercizio di quell'atteggiamento, anzi diciamolo: di quella virtù che comunemente viene chiamata Fedeltà.
diritti pesanti per fragili spalle
coraggio di partire, coraggio di restare
finalmente meretrice
liberi di non esserlo
cartolina da Londra
cristiano semplice

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