Ogni anno, nel giorno dell’Ascensione, c’è chi – dal pulpito o nei commenti sociali – sente il bisogno di puntualizzare: “Non immaginiamoci Gesù che prende l’ascensore e sale su”. È un modo per evitare il ridicolo, certo. Per non far pensare che davvero crediamo che un uomo sia “salito su nel cielo”. Ma cosa c’è dietro questa prudenza?
Viviamo in un’epoca in cui anche
i credenti faticano ad accettare il soprannaturale. È come se la fede dovesse sempre passare l’esame della razionalità moderna, come se fosse offensivo, o peggio, infantile, credere che il corpo glorificato del Risorto possa davvero ascendere, con tutto ciò che implica. E allora si corre ai ripari: l’ascensione è “metafora di distacco”, “simbolo di trascendenza”, “immagine poetica del ritorno al Padre”. Tutto vero, forse. Ma è sufficiente?Se ogni gesto di Gesù diventa una parabola da interpretare, e non un evento da accogliere, che cosa rimane? Anche le nozze di Cana – l’acqua diventata vino – saranno solo metafora di gioia, anche la moltiplicazione dei pani diventerà un’allegoria della condivisione, anche le guarigioni saranno effetti placebo. È un cristianesimo “civilizzato”, senz’altro compatibile con l’intelligenza contemporanea, ma forse privo della sua potenza originaria.
C’è un passaggio sottile ma decisivo: quando il soprannaturale diventa imbarazzante, lo si relega nel regno delle immagini.
Ma la fede cristiana – a differenza di molte filosofie – è fede in una carne che diventa cielo. In un Dio che si fa corpo, e in un corpo che trasfigura la materia fino ad attraversare le porte chiuse. L’ascensione, in questo senso, è scandalo e promessa. È il segno che il destino umano non è il compostaggio, ma la partecipazione alla gloria.
Negare questo, non per polemica ma per pudore, significa ridurre la fede a un’educazione sentimentale. Un cristianesimo depotenziato, senza miracoli, senza angeli, senza resurrezione, è solo uno stoicismo rivisitato.
Ma il Dio dei Vangeli non è venuto a migliorarci. È venuto a strapparci dal buio con gesti che nessuna metafora può contenere.
Certo, Gesù non ha preso un ascensore.
Ma ha preso sul serio il nostro corpo.
E lo ha portato là dove non ci saremmo mai aspettati.
(Sant’Agostino, nei suoi scritti sull’Incarnazione e la Resurrezione, ricorda che “la carne, che era schiava, è salita al trono”. L’ascensione non è allora un saluto, ma l’intronizzazione dell’umano nell’eterno. Il contrario dell’allegoria: è la carne che osa.)
oggi che tutto è corpo, stiamo rarefacendo ogni soprannaturale del Vangelo...alla fine cos'è che resta?
RispondiEliminaAnche oggi non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/homilies/2025/documents/20250509-messa-cardinali.html
RispondiEliminail Dio dei Vangeli non è venuto a migliorarci. È venuto a strapparci dal buio con gesti che nessuna metafora può contenere
RispondiEliminaSe ogni gesto di Gesù diventa una parabola da interpretare, e non un evento da accogliere, che cosa rimane?
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