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mercoledì 23 luglio 2025

Fermi tutti, parla un semita (Quando la voce del dolore diventa coraggio civile)

1. Il coraggio di rompere il silenzio

Ci sono dichiarazioni che suonano già sentite, protocollari. E poi ce ne sono altre che hanno il sapore di qualcosa di inedito. Martedì 22 luglio è accaduto questo. Un gesto sobrio, una voce chiara. Eppure un terremoto.

Il Cardinale Matteo Zuppi e Daniele De Paz, Presidente della Comunità Ebraica di Bologna, hanno firmato insieme una dichiarazione sulla guerra a Gaza. Ma non si sono limitati a chiedere la pace. Hanno parlato con parole che scottano. Hanno condannato le armi, chiesto la liberazione degli ostaggi, la fine delle occupazioni, l’apertura di corridoi umanitari. Hanno detto che “nessuna sicurezza sarà mai costruita sull’odio” e che “la pace è sempre possibile”. Parole che pesano, ma non come pietre. Piuttosto come semi.

2. Quando la compassione sfida la paura

In tempi di polarizzazione estrema, ogni parola sembra una trappola. Per questo, negli ambienti ufficiali, prevale la cautela. Si pesano le virgole, si temono le strumentalizzazioni. Ecco perché colpisce il gesto di Daniele De Paz. Perché rompe una consuetudine di prudenza quasi sacrale nelle comunità ebraiche italiane, che da sempre si muovono con comprensibile timore attorno a ogni giudizio pubblico sul Medio Oriente.

Eppure, proprio nel momento in cui la comunità ebraica si sente ferita, assediata, isolata — e quindi naturalmente portata alla chiusura — proprio ora, questa voce si apre, si espone. Non è debolezza. È l'opposto: è fedeltà alla sofferenza del proprio popolo senza cedere alla logica della vendetta. È compassione che non conosce confini.

3. La voce dell’altro come forma più alta di fedeltà

“Chi salva una vita, salva il mondo intero”, dice un proverbio della tradizione ebraica, ripreso anche nel Corano. La dichiarazione bolognese sembra rifarsi proprio a questo spirito. Perché è possibile amare il proprio popolo e piangere anche per gli altri. È possibile sentirsi minacciati e tuttavia restare umani. È possibile dire “io sto con Israele” e al tempo stesso dire “pietà per Gaza”.

Certo, è difficile. Ma è la sola via. Perché il vero nemico non è l’altro popolo. È il cinismo, l’odio, l’identità che si costruisce sulla paura. E allora sì, il dolore può unire. E il dialogo non è debolezza: è l’unico modo di essere forti senza essere brutali.

4. Chi salva una voce, salva un popolo

Il gesto del Presidente De Paz resterà forse isolato. Forse sarà criticato. Forse passerà sotto silenzio. Ma è una voce che merita di essere ascoltata. Perché ci mostra qualcosa che abbiamo quasi dimenticato: la politica non è tutta strategia. È anche, ogni tanto, testimonianza. E la fede — ebraica o cristiana o islamica — non è solo appartenenza. È anche, e soprattutto, capacità di vedere l’uomo nell’altro.

Hannah Arendt, riflettendo sul male radicale, scrisse che esso si nutre di assenza di pensiero. Ma anche il bene può essere radicale, quando nasce da un pensiero che osa — e da una parola che si fa carne. Quella pronunciata a Bologna, in fondo, è questo: una parola fatta carne, nella città di Pasolini. E, forse, anche per questo, più vera.



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