Negli anni Quaranta, la fisica smise di essere una scienza contemplativa e divenne – di colpo – un atto politico. Con la fissione nucleare, l’umanità toccò il limite estremo: la possibilità di autodistruggersi. Ma anche di alimentare città, ospedali, industrie.
L’intelligenza artificiale non ha prodotto un “bang” visibile, ma l’onda d’urto è già qui: lavoro, scuola, medicina, relazioni...tutto è investito da una trasformazione rapida, silenziosa, ma radicale.
Come nel caso del nucleare, ci troviamo davanti a un bivio non solo tecnico, ma antropologico.
Due scoperte, un solo bivio:
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Distruzione o rigenerazione
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Controllo di massa o emancipazione collettiva
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Efficienza senz’anima o tempo liberato per la creatività
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Paura del nuovo o governo consapevole del cambiamento
Ma attenzione: come l’atomo, anche l’algoritmo non decide da solo.
Il vero rischio non è che l’AI “ci rubi il lavoro”, bensì che noi le consegniamo – con gratitudine – la nostra coscienza.
La delega morale è già iniziata.
Chi decide chi viene assunto? L’algoritmo.
Chi decide che contenuti vedere? L’algoritmo.
Chi ci suggerisce come parlare, scrivere, persino pensare? L’algoritmo.
E intanto, a noi restano le “scelte” residuali: cliccare “sì” o “no”, come nei sondaggi di gradimento.
La tecnologia, da sempre, è uno specchio.
E come scriveva Hannah Arendt, non è il male banale a minacciarci, ma l’ottundimento del giudizio.
Un uomo che non pensa non diventa un mostro: diventa una rotella efficiente in un ingranaggio disumano.
Per questo, più che temere l’AI, dovremmo temere la nostra indifferenza.
Non sarà una macchina a decidere se liberare l’umanità o asservirla.
Saremo noi, come sempre.
Noi, uomini e donne di buona volontà.
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